La mia libertà finisce dove comincia la vostra ( Martin Luther King)

A luglio del 2019 nella legge per la tutela delle vittime di violenza domestica è stato aggiunto il reato di ‘’ diffusione di immagini o video a contenuto sessualmente esplicito senza il consenso delle persone rappresentate’’, perseguibile sia quando la diffusione avviene da parte di chi li ha realizzati, sia quando chi li riceve continua con la condivisione. E’ un reato che non ha genere, chi lo subisce può essere uomo, donna, ragazza o ragazzo, ma è altresì vero che tendenzialmente viene commesso nei confronti del sesso femminile. È anche chiamato ‘’Revenge Porn’’ o se lo si vuole chiamare con un nome italiano, pornovendetta. La vendetta per definizione, prevede la presenza di una vittima, di una parte lesa, che attenzione, non è colui o colei che assume un comportamento vendicativo perchè convinto di aver subito un torto, ma bensì la persona che viene ritratta nei video o foto diffusi.

Perchè focalizzo l’attenzione sul significato di vendetta e di vittima? Perchè troppo spesso, quando si sente parlare di revenge porn, una delle prime domande che comunemente vengono poste è, ‘’perchè questa persona ha sentito la necessità di farsi una foto o un video nuda e inviarla al compagno/a?’’ oppure ancora peggio, ‘’se non si fosse fotografata/o questo non sarebbe successo’’, quasi come se in quel momento ci stessimo dimenticando che quella è la vittima! Piuttosto che porsi queste domande o fare queste considerazioni, dovremmo chiederci, perchè un individuo non riesce a metabolizzare la fine di un rapporto tanto da sentire il bisogno di recare danno ad una persona che un tempo è stata la compagna/o?, oppure nel caso in cui vengono diffuse per troppa leggerezza, pensiamo agli adolescenti, perchè non hanno la consapevolezza della gravità di certe azioni? È questo che va scardinato dalla mentalità comune, il fatto che in qualche modo sia in parte colpa di chi si è fotografato o ripreso, quando invece bisogna capire che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nella sfera emotiva di chi, queste immagini le diffonde, che lo faccia per vendicarsi o per gioco, questa è la prova lampante che quest’ultimo, ha una considerazione dell’altro pari ad un oggetto o ad una proprietà. Pensate un pò al passato quando una donna veniva stuprata, quante volte abbiamo sentito ‘’portava la gonna troppo corta quindi se l’è cercata’’, inevitabilmente, con queste poche parole veniva data una parte della responsabilità di quanto successo alla vittima deresponsabilizzando invece chi il reato lo aveva commesso. Si può dire che la stessa cosa sta succedendo ora con il revenge porn. Benchè è legalmente riconosciuto come reato, ancora nella mente della persona comune non è del tutto digerito. La libertà sessuale è un diritto assoluto che viene ancora visto con pregudizio perchè considerato un atto fine a se stesso ma una persona che sceglie di condividere con te una foto o un video privato non è solo pelle quella che ti sta facendo vedere. Ti sta regalando un pezzetto di se, si sta aprendo a te e ti sta donando le sue fragilità, le sue insicurezze o i suoi desideri, il più delle volte c’è un rapporto di fiducia alla base. C’è la sicurezza che questo dono verrà custodito e quando tu usi questo per recare danno, quando tu questa fiducia la tradisci, riesci ad immaginare le conseguenze? Se solo si considerasse la componente umana che c’è dietro ad una foto di nudo si riuscirebbe ad avere piu dolcezza nel comprendere cosa succede nella mente di chi è vittima di questo reato. Una donna che viene pubblicamente umiliata con foto che aveva mandato evidentemente ad una persona di cui si fidava, o un’adolescente che si ritrova derisa da tutta la scuola perchè un compagno ha inviato a tutti foto private, subisce un trauma che difficilmente riesce a sanare, proprio perchè è una violazione oltre che dell’intimità, anche di quell’abilità sociale che ti permette di vivere in pace con te stessa e con gli altri. Per non palrare del fatto che quando una persona si sente giudicata difficilmente riesce ad aprirsi, a parlare, a chiedere aiuto per limitare i danni o per affrontare le conseguenze. Bisogna rendersi conto che il trauma di queste persone non si risolve con la pena del giudice, continua nel tempo proprio perchè è il pensiero della gente il vero giudice. Carl Gustav Jung disse ‘’ Pensare è difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica’’ , quindi pensate a quanto diventa difficile andare al lavoro, andare a fare la spesa, andare a scuola, semplicemente tornare a vivere una vita normale dopo un evento del genere. La forza che ci vuole e che purtroppo non tutti hanno. Riflettete….