BARRA e SANTAMARIA: MONOLOGO D’AMORE e di SPERANZA



———– Hanno raccontato la storia di Remo Karam arrivato dall’ Egitto, Francesca Barra e Claudio Santamaria dal palco di San Giovanni in occasione del ritrovato, dopo due anni di stop, causa la pandemia, Concerto del 1’ Maggio.
Un monologo che parla d’amore, come la coppia che lo narra.
Un adolescente venuto da lontano, diventato oggi un uomo che ha vissuto in prima persona le persecuzioni in Egitto e che si è pazzamente innamorato dell’ Italia, il Paese che lo ha accolto.
Francesca ha incontrato Remo qualche anno fa in una scuola in un paesino in provincia di Siracusa, dove il giovane un po’ sperso e frastornato aveva cominciato il suo cammino scolastico.
Scappato via da quelle barbarie della guerra civile che aveva invaso il suo popolo, da solo, salito su di un barcone con solo la speranza di poter sopravvivere e avere una possibilità.
Lui, che come tanti altri ragazzi, giovani insieme a persone di ogni età, fuggono dalle guerre e fanno della loro storia un messaggio mediatico di alto potere.
“Noi sogniamo un’ Italia che non sia ferita dall’individualismo, capace di accogliere chi la ama , indipendentemente dal colore della pelle, libera da ogni pregiudizio”.
L’Italia, il Paese che tutti sognano e immaginano essere aria fresca, libertà di colori e che profuma di sorrisi dolci, di mani che si stringono regalando forza e amicizia.
L’Italia che racchiude in sè il popolo più carismatico, che a braccia aperte “raccoglie”coloro che chiedono, trattandoli e crescendoli come figli con cuore e generosità.
Francesca e Claudio, una coppia che di amore, benevolenza e gentilezza trabocca da ogni parte, un legame forte, sul palco e nella vita.
Basta guardarli anche un solo istante, per vedere nei loro occhi l’ammirazione e la stima l’uno dell’alto.
Vincenti nel lavoro e nel privato, creatori d’arte e di parole che vanno dritto al punto, capaci di “interpretare” le storie di altri raccontate e vissute sul palcoscenico come fossero proprie.
Delicati ma incisivi e senza mai lasciar passare sotto il silenzio che uccide la voce.

